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Amazon e quel primo sciopero del 2017

Non è uno sciopero che nasce dal nulla quello dei lavoratori Amazon proclamato per oggi, 22 marzo 2021. Che la politica o chiunque si attivi ora non è onestamente un granché: le proteste di oggi affondano le loro radici in anni di tensioni più o meno visibili, a seconda dei momenti. Ma non rappresentano una sorpresa.

Ricordo, per averle raccontate, le proteste di fine 2017.

Magari val la pena rileggere quelle rivendicazioni, ancora attuali, da articoli del Sole 24 Ore:

https://www.ilsole24ore.com/art/amazon-piacenza-primo-sciopero-dell-era-40-non-ferma-black-friday-AEj3FeHD

https://www.ilsole24ore.com/art/amazon-nell-hub-piacenza-si-sciopera-il-black-friday-AEhI5EGD

https://www.ilsole24ore.com/art/turni-7-giorni-anche-notte-e-stipendi-base-come-si-lavora-ad-amazon-italia-AESG68FD

 

Qui di seguito un mio articolo di ottobre 2017. Un reportage dall’interno del sito di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza:

CASTEL SAN GIOVANNI «Non uscite dalle postazioni senza il mio permesso. Se avete bisogno premete il tasto e io, appena vedo la luce rossa, vengo da voi. Mi raccomando: non voglio ripetermi». L’inizio, con la ragazza in pettorina gialla (quindi appartenente all’“area manager”) che arringa i colleghi prima dell’inizio del turno, ha qualcosa di inquietante. Sarà vero quindi che i lavoratori non possono neanche andare in bagno? «Ma no, figuriamoci. È una questione di sicurezza innanzitutto. Qui passano carrelli, e anche merce frangibile. Prima dell’inizio di ogni turno i lavoratori si riuniscono e fanno il punto. È tutto normale», replica Salvatore Schembri, responsabile del centro logistico Amazon di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza. Avere a che fare con il gigante di Seattle e con le sue attività pone dinanzi a un continuum di contraddizioni, medaglie e rovesci, nuovo e antico. L’“astronave” come qualcuno ha battezzato il fulfillment center piacentino – che occupa lo spazio di 14 campi da calcio all’interno di un polo logistico di tutto rispetto – ospita un centro di distribuzione ad altissima produttività. Eppure entrando l’impressione è tutt’altra fra reception che nulla ha da invidiare agli hotel, bar-mensa con parete a vetrata, annunci per tornei di calcetto o per prenotarsi con la famiglia alla festa di Halloween. Il contrasto trova il suo acme varcando l’ingresso della parte operativa. Scanner, macchinari, chilometri di nastro trasportatore; ma l’ambiente in cui ci si immerge è antico nella sua umanità: lavoratori – molte ragazze e praticamente tutti giovani – che prendono, sistemano, inscatolano, posizionano sui nastri prodotti e cartoni. Eccola, nel santuario del gigante hi-tech dell’e-commerce, un’immagine che sa invece di taylorismo e fordismo. Uno studioso americano, Simon Head, si è spinto a dargli una connotazione quasi diabolica puntando l’indice contro il mondo dei “Cbs”: i computer business systems alla base del controllo e del monitoraggio delle performance in tempo reale. Visione, questa, che Amazon ha contestato e contesta. In Italia, è un mantra ripetuto fino allo sfinimento, il centro è aperto a tutti, giornalisti e non. Prova ne è un sito ( it.amazonfctours.com ) sul quale si può prenotare la visita. «Dall’inizio dell’anno ne abbiamo avute circa 5mila», aggiunge Schembri. Le prossime si terranno dopo febbraio. Ora è iniziato il periodo di picco per il Natale. «In realtà – aggiunge Schembri – non c’è solo quello. Ad agosto e settembre per esempio siamo impegnati con libri e materiali scolastici». Nel centro piacentino lavorano in 1.600, che salgono a 2mila con contratti in somministrazione per il picco di Natale (da ottobre a dicembre). Dopo, a gennaio, per tre settimane si può accettare il “The Offer” (aiuti economici per chi vuole cambiare). Esiste anche la “Career Choice”: progetti di formazione per ottenere qualifiche, con Amazon che paga il 95% di rette e libri. Da Castel San Giovanni la merce che parte – e diretta in tutto il mondo come dimostrano la spedizione in Nuova Zelanda del libro di Elena Ferrante “L’amica geniale” o l’invio in Arabia Saudita di una borsa dell’acqua calda a forma di cuore con federa in velluto – è di dimensione piccola o media. Il processo inizia con la ricezione e lo smistamento. Si passa poi nella zona di stoccaggio e prelevamento dove gli articoli sono classificati in maniera casuale, anche per ottimizzare gli spazi. Su ogni articolo si effettua un controllo di qualità. Ce ne sono alcuni fermi da così tanto tempo da essere spostati in una sorta di refugium peccatorum : gli scaffali “Deadwood”. Per quelli richiesti, invece, dopo lo stoccaggio e il “picking” il nastro indirizza i cestelli verso impacchettamento e spedizione. Al momento della visita al centro Amazon non c’è particolare frenesia, ma si lavora a ritmi sostenuti. Azioni ripetitive che forse tolgono anche la voglia di perdersi in chiacchiere fra colleghi. Del resto l’attività cresce in maniera impetuosa. Il magazzino di Castel San Giovanni è stato ampliato l’ultima volta un anno fa, passando da 80mila a 100mila mq di superficie: cinque volte di più dell’area di partenza del 2011. Nel 2014 il picco degli ordini fu di 250mila pezzi movimentati in un giorno. Numero salito a 650mila nel 2015 e 1,2 milioni nel 2016. Che l’Italia sia per Amazon un mercato di primaria importanza lo dimostra poi anche l’avvio di altri due centri di distribuzione: vicino a Roma con 1.200 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato in 3 anni e a Vercelli con 600 nuovi posti in 3 anni. Del resto, anche se cifre ufficiali non ce ne sono se non a livello globale, i ricavi delle attività italiane sarebbero stimabili sugli 1,5 miliardi di euro. I sindacati – entrati un anno fa a Castel San Giovanni – parlano di luci e ombre. «Amazon – spiega Fiorenzo Molinari (Filcams Cgil di Piacenza) – assume i suoi lavoratori, li paga con il contratto del commercio a 1.450 euro lordi, non affida il lavoro a terzi o a cooperative. Accanto a questi aspetti positivi però ci si trova dinanzi a un tipo di lavoro ripetitivo e che dà problemi fisici. Servirebbe più attenzione su questi aspetti. E fra noi e l’azienda è un rapporto agli albori». Anche i colleghi delle altre sigle, Uil e Ugl, si mantengono su questa linea. «Ad avercene di aziende come Amazon – dice Francesca Benedetti della Fisascat Cisl di Parma e Piacenza – che hanno assunto così tanto e senza discriminazioni. Basta solo avere braccia e gambe forti. La parte meno buona sta nell’impegno fisico e mentale. Mancano forme di premialità e di rotazione. Il lavoro è ripetitivo e i manager controllano il tempo di questi lavoratori che si muovono come formichine. Chi non regge è indotto a uscire». Lato Amazon si fa rilevare che il tasso di abbandono è fra il 2 e il 3%. «È molto più alto», replica Benedetti. Contraddizioni, medaglie e rovesci.