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#Cinema italiano in declino? L’intervista a Riccardo Tozzi (#Anica). E con Netflix…

Una chiacchierata che inizia con la consapevolezza, da parte mia, che per la settima arte in fondo non stia andando così male. IL CINEMA TORNA A CRESCERE: +5% presenze e +9,4% incassi da gennaio a giugno 2015 è il titolo di un comunicato congiunto di Anica (l’associazione che rappresenta l’industria del Cinema), Anec e Anem (associazioni degli esercenti) di qualche giorno fa.

I dati segnalati sono buoni per carità. Ma sarebbero poco rappresentativi del cinema italiano che invece è in difficoltà, stando a quel che spiega il presidente Anica, Riccardo Tozzi, in questa intervista pubblicata sul Sole 24 Ore di oggi che inserisco di seguito. Tra i problemi: poche sale nei centri urbani e poca qualità. Intanto arriva Netflix. Che però per Tozzi non sarà una tegola. Sempre che si prendano i dovuti accorgimenti.

Qui i numeri del cinema italiano e in Italia nel 2014

Da Il Sole 24 Ore del 9 luglio 2015 a pagina 17

Andrea Biondi
MILANO
«Il cinema italiano non sta andando bene. Bisogna partire con serietà da questa consapevolezza, altrimenti le analisi saranno sempre approssimative». L’inizio della conversazione con Riccardo Tozzi, 68 anni, presidente dell’Anica, l’associazione che rappresenta l’industria del cinema in Italia, è in qualche modo spiazzante. Solo una settimana fa sono stati resi noti i dati di presenze e incassi nel primo semestre 2015. Numeri che hanno fatto dire ad Anica, Anec e Anem (le due associazioni di esercenti) che «il mercato cinematografico del 2015 è partito bene». Da gennaio a giugno 2015 sono andati al cinema più di 51 milioni di spettatori (il 5% in più dei quasi 49 milioni di un anno prima) con relativo incasso per oltre 330 milioni di euro (+9,4% rispetto ai 302 milioni di euro dell’anno precedente). «Sì, ma il problema vero è quanto di prodotto italiano ci sia in questa crescita. La verità è che la quota di mercato del prodotto italiano è del 22 per cento. Siamo lontanissimi dal 35% del 2012», precisa il numero uno dell’Anica il cui mandato andrà in scadenza nel 2017, ma che conta di «lasciare prima. Magari nel 2016».

Bene, allora analizziamolo questo mercato. Anche perché sembrava si dovesse parlare di un 2015 esaltante per i film in arrivo, primi fra tutti quelli portati a Cannes da Nanni Moretti, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone. E poi è in arrivo il nuovo film di Checco Zalone.

Per carità. I prodotti di livello ci sono stati e ci saranno. Ma parliamo di numeri che non possono spostare una situazione che vede invece il cinema italiano sempre più in difficoltà nel confronto con il prodotto americano. Ma è un segnale di difficoltà del sistema. Per tutta una serie di motivi.

Quali?

Guardiamo per esempio alle sale. C’è un circuito di sale molto forte nelle periferie e nelle zone interurbane che, in genere, è preferito dai pubblici che prediligono il prodotto americano. Dall’altra parte non si è sviluppato un circuito nuovo e adeguato nei centri urbani, in cui il pubblico è soprattutto quello che preferisce il prodotto europeo e italiano.

E di chi è la colpa?

Vincoli, costi, burocrazia. Esistono problemi di licenze che nei centri storici rendono molto difficile sia il mantenimento, sia l’apertura delle sale. I Comuni non sembrano interessati a occuparsene. Per chiarire, faccio un esempio che ritengo clamoroso. A Roma abbiamo un sontuoso festival del Cinema. Ma non ci sono sale dove svolgerlo. Si va all’Auditorium.

Non sarà però solo un problema di sale. Sul versante produttivo, che vi vede più direttamente interessati, ci saranno altri problemi…

Ovvio che sì. Solo fra 2012 e 2014 siamo passati da 166 a 201 film italiani prodotti. Se andassimo più indietro di qualche anno ci accorgeremmo che il numero è praticamente raddoppiato. Ma con le stesse risorse.

Quindi bisogna fare meno film o servono più risorse?

Evidentemente tutte e due le cose. Altrimenti diventa un problema di qualità. E il responso del pubblico è quello sancito dai numeri. In Francia si fanno gli stessi film. Ma le risorse sono più del doppio rispetto ai circa 250 milioni di euro che ha a disposizione il cinema italiano. E ci sono 6mila schermi, contro i nostri 3.500.

In Italia c’è anche storicamente un problema di forte stagionalità che quest’anno, almeno stando ai programmi, avete cercato di affrontare con l’uscita di qualche film in più in estate. Come sta andando?

Su quel versante le cose stanno andando un po’ meglio. C’è ancora da lavorare, ma avere la consapevolezza della necessità di andare oltre la stagionalità è un punto di partenza irrinunciabile.

Siete preoccupati per l’arrivo di Netflix? In fondo il cinema potrebbe risentirne.

Direi di no. I mezzi sono tutti opportunità. Occorre saperle cogliere e anche non pensare che ogni nuovo mezzo sostituisca quello precedente. Peraltro ci sono ricerche, come “Sala e Salotto”, che attestano come gli affezionati al cinema continueranno a esserlo.

Oltre a essere presidente di Anica lei è però anche presidente della casa di produzione Cattleya. Sono state rivelate trattative in corso fra voi e Netflix per la produzione di serie tv. A questo punto, non c’è contraddizione o conflitto fra i suoi due ruoli?

Le ripeto: non c’è incompatibilità fra i due mezzi. Piuttosto occorre fare tesoro di alcuni cambiamenti in atto, soprattutto nel linguaggio. Il pubblico che va al cinema è anche quello che apprezza la nuova serialità televisiva. Piuttosto che opporsi, il cinema dovrebbe tenere conto dei cambiamenti nei modelli e nei linguaggi.

.@An_Bion

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